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		<title>Upload recenti con tag  sciopero</title>
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		<pubDate>Tue, 2 Dec 2008 05:36:21 -0800</pubDate>
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			<title>Upload recenti con tag  sciopero</title>
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			<title>Avola due dicembre 1968</title>
			<link>http://www.flickr.com/photos/31097008@N05/3077456578/</link>
			<description>&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://www.flickr.com/people/31097008@N05/&quot;&gt;Le avventure di Giufà&lt;/a&gt; ha postato una foto:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://www.flickr.com/photos/31097008@N05/3077456578/&quot; title=&quot;Avola due dicembre 1968&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://farm4.static.flickr.com/3292/3077456578_0d6a5c9ecd_m.jpg&quot; width=&quot;180&quot; height=&quot;240&quot; alt=&quot;Avola due dicembre 1968&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://www.controappunto.org/moseca/moseca.htm&quot;&gt;www.controappunto.org/moseca/moseca.htm&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
da Liberazione&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
«Io c'ero. Quel giorno che uccisero Giuseppe Scibilia e Angelo Sigona, braccianti»&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quel 2 dicembre 1968: sciopero con strage ad Avola&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Salvatore Bonadonna&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quella mattina a Chiusa di Carlo - &amp;quot;Sant'Antuninu&amp;quot; , come la chiamano gli avolesi per via dell'edicola al santo dedicata e posta al bivio per la marina di Avola - il freddo era più pungente degli altri giorni. La sera prima, dopo l'assemblea, ero tornato a casa, a Siracusa, perché era domenica e soprattutto perché l'indomani sarebbero venuti i trasportatori a caricare i pochi mobili e i libri per il mio trasferimento a Porto Marghera, la sede del mio nuovo incarico sindacale. Era l'ultima vertenza che avrei seguito a Siracusa, ma non potevo mancare il giorno dello sciopero generale, con questi braccianti avevo un rapporto molto forte.&lt;br /&gt;
Arrivai che ancora era buio. Peppe Vaccarella, il segretario della Camera del Lavoro, una vita da bracciante, era già li con la sua coppola calcata sulla pelata. Andiamo, come al solito, a prendere il caffè nel bar del riquadro della Piazza riservato ai braccianti (si, perché in un altro riquadro, ci stanno i commercianti, nell'altro i contadini coltivatori diretti, nell'altro ancora gli agrari e gli altri proprietari e i professionisti...).Peppe, è un uomo calmo, coraggioso e deciso, ma quel giorno è inquieto: l'incontro sindacale di ieri, strappato al Prefetto qualche giorno prima, si era risolto in una beffa: gli agrari avevano mandato un funzionario per ribadire che, niente, non c'è un bel niente da trattare. Poi era arrivata la polizia, i braccianti inseguiti in piazza e nelle strade, la tensione salita al massimo, gli animi esasperati, l'assemblea che proclama lo sciopero generale.&lt;br /&gt;
I braccianti, infatti, non hanno nessuna intenzione di cedere. La polizia l'hanno respinta, e non fanno breccia nemmeno i &amp;quot;caporali&amp;quot; mandati dagli agrari con pressioni e ricatti, e anche con promesse di premi in danaro per chi avesse rotto il blocco e l'unità.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il momento è arrivato&lt;br /&gt;
Ormai è l'alba dello sciopero generale. Da quindici giorni inutilmente l'agitazione va avanti in modo &amp;quot;articolato&amp;quot; , i tentativi di aprire la trattativa sono stati vani. Il fronte agrario siracusano è fortissimo, sostenuto , oltre che dalla Confagricoltura nazionale (con alla testa il conte Gaetani), anche dal Prefetto, notoriamente legato agli agrari, dal Ministro dell'Interno Franco Restivo, siciliano e uomo degli agrari.&lt;br /&gt;
Peraltro, quella dei braccianti di Avola è una vertenza decisiva,&amp;quot;pilota&amp;quot;. È stata preparata con mesi di studio della Federbraccianti: la piattaforma rivendicativa, discussa in decine di assemblee in tutte le leghe bracciantili della zona Sud - da Siracusa a Noto a Pachino - è impegnativa e risente del clima delle lotte studentesche ed operaie che in quel '68 hanno segnato l'Europa e l'America. Anche nelle famiglie dei braccianti è arrivato l'eco del Maggio francese, è il tempo in cui si proclama l'unità degli studenti e degli operai. Del resto, aria nuova. In luglio, gli operai della SINCAT Montedison di Priolo hanno scioperato, per la prima volta dopo la pesante sconfitta subita nel '63, con gli stessi obiettivi conquistati al Petrolchimico di Marghera: 10.000 lire di aumento uguale per tutti sul premio di produzione. Aria nuova. Si è rotto il muro della paura e della subordinazione.&lt;br /&gt;
Fuori dalle &amp;quot;gabbie&amp;quot; e dal caporalato&lt;br /&gt;
Aria nuova. I braccianti di Avola li colgono, questi &amp;quot;segnali&amp;quot;. Loro si sentono discriminati, vogliono mettere in discussione quel vecchio accordo sindacale, quello che divide la provincia in due zone: la zona Nord, quella dell'agrumeto, attorno a Lentini, classificata &amp;quot;A&amp;quot;, con un salario giornaliero di 3.480 lire per sette ore e mezza di lavoro; e la zona Sud, quella dell'ortofrutta, attorno ad Avola, classificata &amp;quot;B&amp;quot;, con il salario di 3.110 lire per otto ore di lavoro.&lt;br /&gt;
Rivendicano, dunque, il superamento di quella &amp;quot;gabbia&amp;quot; ; e anche un aumento della paga del 10%, circa 350 lire giornaliere.&lt;br /&gt;
Ma la rivendicazione più di sentita dai braccianti - sentita come conquista di dignità e di libertà - è la eliminazione del &amp;quot;caporalato&amp;quot;, è la istituzione della Commissione Sindacale per il Controllo del Collocamento della manodopera, così da spezzare l'atavico ricatto sul mercato del lavoro.&lt;br /&gt;
È evidente, quindi, il motivo della resistenza oltranzista degli agrari: vedevano messo in discussione il loro potere. Per questo lo scontro fu durissimo e il risultato pagato ad un prezzo altissimo: una strage con due morti e decine di feriti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I picchetti e il blocco stradale&lt;br /&gt;
Da quando lo sciopero è stato proclamato ad oltranza, sono in funzione i picchetti, sia sulle strade in uscita dalla città, sia su quelle che scendono alla piana dai paesi di montagna. Picchetti come luoghi strategici, di incontro, di discussione; lì vengono bloccati i tentativi dei crumiri fatti arrivare dai&amp;quot;caporali&amp;quot;; li si fa opera di convincimento, si danno informazioni, si spiega la ragione della lotta.&lt;br /&gt;
Il blocco della resistenza bracciantile è diverso dal picchetto davanti alla fabbrica o ad un ufficio. Qui il blocco è un momento operativo, di organizzazione, Dal blocco, infatti, ogni mattina, partono squadre di giovani compagni, generalmente in moto, per andare a controllare che nelle aziende non siano entrati a lavorare i crumiri; e occorre conoscere tutti i luoghi e tutte le trazzere, anche secondarie, le diverse colture pronte per la raccolta nelle diverse aziende, la collocazione delle serre e le vie d'accesso per evitare di essere bloccati dalla polizia e dai carabinieri. Quando era il caso d'intervenire dentro le aziende, per convincere i crumiri ad unirsi alla lotta, l'auto della Camera del Lavoro, con gli altoparlanti, è in testa a guidare la squadra di braccianti (ed è il momento per il dirigente sindacale di mostrare sul campo coraggio e capacità). Permettetemi di ricordare l'episodio: capitava pure, in quei giorni, che agrari particolarmente arroganti e caporali particolarmente servili minacciassero con i fucili le squadre di scioperanti; e fu l'intelligenza ed il coraggio di tre giovani braccianti a sottrarmi, in una circostanza, ad un sicuro pestaggio...&lt;br /&gt;
Venerdì 29 il conflitto si è fatto più duro, la situazione sempre più tesa; le notizie di arrivi notturni di squadre di crumiri ha irrigidito il blocco sulla strada di Avola; si temeva la vanificazione della lotta se i crumiri avessero provveduto alla raccolta degli ortaggi anche in una sola azienda. A quel punto, un centinaio di braccianti decide di fare un blocco stradale sedendosi a terra.&lt;br /&gt;
Inizia un lungo braccio di ferro con le autorità, il Prefetto in primo luogo. Non c'erano i telefonini, allora, e le comunicazioni avvenivano tramite il Comune nella persona del sindaco socialista Giuseppe Denaro, che era anche deputato regionale. Talvolta, anche attraverso la radio della pattuglia della polizia; quel giorno non era il clima adatto.&lt;br /&gt;
Una delegazione - formata dal Sindaco, dal deputato Nino Piscitello segretario della Federazione Comunista, dal Pretore di Avola e dal segretario della Federbraccianti Orazio Agosta - viene mandata dal Prefetto a chiedere una convocazione urgente delle parti. Quando tornano ci dicono che la convocazione è in corso e i braccianti, anche se poco convinti, liberano la strada. Qualche ora dopo, ottenuto lo sgombero, il Prefetto rinvia l'incontro all'indomani. E l'indomani gli agrari non si presentano. Dice, beffardamente, il Prefetto: «Perché impediti dai blocchi stradali». E quindi nuovo rinvio, prima martedì, poi domenica. Altra beffa: arriva un funzionario della Associazione Agricoltori, senza poteri e senza mandati, e ci dice che per loro non c'è proprio nulla da trattare. Gli interventi di Denaro e di Salvatore Corallo del PSIUP, deputati regionali, sulla Giunta non sortiscono alcun effetto. Quelli sul governo Leone, dimissionario, ancora meno. Dal canto nostro, noi, con i mezzi disponibili, chiamando dai bar coi telefoni a gettone, ci teniamo in contatto con Carlo Cicerchia, con Giacinto Militello, con Feliciano Rossetto dirigenti regionali e nazionali della CGIL e della Federbraccianti che, a loro volta, cercano contatti con il governo per sbloccare la vertenza (ciao Carlo, ciao Feliciano, ve ne siete andati troppo presto).&lt;br /&gt;
Diventa, dunque, inevitabile: l'assemblea di domenica sera proclama lo sciopero generale e il blocco di tutte le attività.&lt;br /&gt;
Quando arriviamo a Sant'Antuninu, il blocco è in corso, diverse migliaia di braccianti sono lì riuniiti. Attorno ad alcuni fuochi, seduti sulle pietre, mangiano pane e olive nere, formaggio, sarde salate. Nei capannelli si commenta e Peppe, con l'altoparlante, parla dei motivi della lotta, invita alla calma e alla autodisciplina.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Polizia e carabinieri attaccano, morti e feriti&lt;br /&gt;
La pattuglia di polizia e carabinieri, che staziona ormai dall'inizio dei blocchi, ordina di sgombrare la strada; il funzionario presente fa intendere che questa mattina arriveranno i rinforzi da Catania, il reparto Celere. Siamo preoccupati perché quel reparto, l'anno prima, a Lentini, il 13 dicembre, aveva sferrato un attacco immotivato e proditorio, sparando e provocando feriti. E abbiamo la conferma che purtroppo le nostre preoccupazioni sono fondate: arriva il Sindaco Denaro, il quale, salutando con calore e ansia (persino me, dopo quasi una anno di polemiche per la mia uscita dal PSI), ci dice che il Prefetto D'Urso l'ha chiamato quasi per intimargli: «Il blocco della strada deve sparire». Passa la mattinata in un crescendo di tensione; i compagni di Priolo ci avvisano che i gipponi della Celere sono sulla superstrada e stanno per arrivare. Il funzionario di polizia intima: il blocco va tolto &amp;quot;costi quel che costi&amp;quot;.&lt;br /&gt;
Siamo preoccupati ma siamo anche più di cinquemila; difficilmente la Celere tenterà una carica in queste condizioni, ci diciamo.&lt;br /&gt;
Ma non sarà così.&lt;br /&gt;
Quando i gipponi della polizia arrivano ad un centinaio di metri dal blocco, gli agenti scendono armati di mitra, moschetti e zaini pieni di bombe lacrimogene e si schierano come per una battaglia; prima fila in ginocchio con i lacrimogeni innestati ai moschetti, seconda fila in piedi con altri fucili e mitra. Non sono armati di sfollagente. Il vice-questore Camperisi - divenuto famoso nella circostanza - è pronto a comandare l'attacco. Il sindaco fa un estremo tentativo di convincere il prefetto ad evitare un attacco che avrebbe potuto portare gravi conseguenze sulla popolazione inerme, anche di donne e bambini, che si era aggiunta al raduno. Ma lui è irremovibile; anzi, per tutta risposta, gli chiede di dare man forte alla polizia per togliere il blocco.&lt;br /&gt;
È evidente che l'ordine viene dall'alto e non lascia margini. Il vicequestore, sequestrando una betoniera ferma ai margini della strada, ordina ai suoi uomini di posizionarla trasversalmente, davanti al reparto schierato. Quando lo schieramento è pronto, indossa la fascia tricolore e fa suonare i tre squilli di tromba: normalmente, preludono all'ordine di sgombero; questa volta sono, invece, il segnale dell'attacco.&lt;br /&gt;
E da lì, da dietro la betoniera, parte una salva impressionante di bombe lacrimogene; i braccianti rispondono con lanci di pietre disperdendosi al riparo dei muri a secco che costeggiano la strada e dividono i campi per scampare ai fumi dei lacrimogeni. E lanciano pietre sulla strada per evitare che la polizia possa caricare direttamente dalle camionette, come aveva cominciato a fare, creando il panico in mezzo a migliaia di persone. Cerchiamo di metterci al riparo; è inutile persino pensare ad un tentativo di parlamentare con la polizia. I funzionari e i comandanti sembrano invasati, vogliono colpire alla cieca, terrorizzare. Investiti dal gas dei loro stessi lacrimogeni, i poliziotti lasciano la postazione dietro la betoniera e vengono addosso ai braccianti sparando all'impazzata. Le pietre non possono nulla contro le raffiche di mitra.&lt;br /&gt;
Il vicequestore chiama rinforzi, che arrivano alle nostre spalle; siamo presi tra due fuochi. Noi inermi, con i lanci di sassi dei braccianti più giovani e la polizia armata che, con un ordine preciso, ormai inizia a sparare raffiche di mitra e colpi di moschetto ad altezza d'uomo. Sparano tutti, raffiche di mitra e colpi di moschetto ad altezza d'uomo; sparano direttamente i funzionari con le loro pistole e, per spronare gli uomini, uno di loro prende un moschetto dalle mani di un agente e tira diritto su un gruppo che cerca riparo dietro un muretto.&lt;br /&gt;
Mentre i braccianti in fuga si disperdono nei campi e cercano riparo dietro i muri a secco e qualche albero di ulivo, la polizia organizza un inseguimento forsennato continuando a sparare; una sorta di feroce caccia all'uomo.&lt;br /&gt;
Cominciamo a sentire attorno le grida di dolore dei feriti, i pianti, i lamenti, le imprecazioni, le urla selvagge dei poliziotti; e gli spari e le raffiche. Gridiamo a squarciagola «basta, ci sono feriti, forse ci sono morti». Proviamo a sventolare qualche fazzoletto.&lt;br /&gt;
Quando dopo quasi mezz'ora di quest'inferno, che sembrava non dovesse finire mai, sentiamo smettere i colpi e i comandanti richiamare gli agenti, intuiamo che la situazione è drammatica, più di quanto potevamo vedere dal nostro rifugio. Ci organizziamo per raggiungere e soccorrere i feriti sparsi come in un campo di battaglia. Le ferite sono tutte da armi da fuoco; i colpiti perdono molto sangue. Alcuni sono in condizioni gravi. Ci sono macchine in fiamme e altre crivellate di proiettili; anche le moto dei braccianti addossate ai muretti hanno i serbatoi forati dalle raffiche . Orazio Agosta ha visto cadere Sebastiano Agostino, un bracciante colpito al petto, poco distante da lui. Si organizza, in ogni modo, con le poche auto disponibili, di portare i feriti in ospedale. I reparti di polizia, evidentemente paghi della loro impresa e anncor più per sfuggire all'indignazione generale anche di quanti accorrono dalla città, si organizzano per tornare in caserma, portandosi dietro decine di fermati.&lt;br /&gt;
I feriti sono in un raggio di oltre trecento metri dal blocco stradale e Giuseppe Scibilia, 47 anni, bracciante di Avola, è morto colpito al petto a ridosso di un albero, a trecento metri dalla strada.&lt;br /&gt;
Il mio racconto in diretta dal luogo della strage finisce qui:si sono fatte le quattro del pomeriggio e il camion del trasloco è pronto a Siracusa, davanti casa; devo partire per Marghera. Ma sarei tornato per la manifestazione di protesta e i funerali. E' il segretario della Cgil, Gino Guerra, ad informarmi poi a Roma che in tutta Italia sono in atto manifestazioni di protesta e si preparano scioperi per l'indomani. Mi dice anche che gli agrari sono stati costretti alla trattativa. E iI racconto che mi fa è tremendo: Angelo Sigona, di 25 anni, è morto all'ospedale di Siracusa dopo essere stato raccolto dietro un muretto colpito come per una fucilazione. Finiscono in ospedale Paolo Caldarella, ferito alla mano che aveva alzato in segno di tregua; Giorgio Garofalo con l'intestino perforato; Giuseppe Buscemi, Rosario Migneco, Orazio Di Natale, colpiti, come Caldarella, da colpi di pistola, quindi direttamente dai funzionari.&lt;br /&gt;
Con queste notizie prendo il treno della notte per Venezia. E arriva l'alba del giorno dopo alla stazione di Mestre: la trovo presidiata dagli operai in sciopero di protesta che chiedono il disarmo della polizia. E alla SIRMA di Marghera arrivo alla fabbrica attraversando lo spettacolo impressionante di blocchi stradali con i copertoni in fiamme e operai, carichi di rabbia e di pietà, con le lacrime agli occhi. Nella fabbrica entro trovandomi davanti duemila fonditori d'alluminio schierati, silenziosi, su due file. Mi viene chiesto di portare la testimonianza della giornata di strage. So dire solo che la prima fila di celerini era in ginocchio e la seconda in piedi con i fucili spianati, quando si è scatenato l'inferno. Un nodo alla gola e, finalmente, un pianto a dirotto...&lt;br /&gt;
E' in questo modo che sono entrato nel mio nuovo incarico.&lt;br /&gt;
E' la prima volta che scrivo di Avola. A quarant'anni di distanza, mi pare giusto testimoniare per rendere omaggio a due braccianti caduti che non hanno avuto neppure giustizia; ricordare una conquista, purtroppo perduta rapidamente, e raccontare la condizione e la lotta dei braccianti di Avola ai nuovi braccianti immigrati che vivono una condizione persino peggiore. Quella lotta è parte costitutiva del movimento che ha fatto fare un salto di civiltà al Paese e al mondo del lavoro: ha portato allo Statuto dei Diritti dei Lavoratori, alla riforma della scuola e dell'Università che ha acceso tante speranze.&lt;br /&gt;
Quei morti e quei feriti non hanno avuto giustizia; ma il neo Ministro del Lavoro, Giacomo Brodolini, socialista di allora, era ai loro funerali e Angelo e Giuseppe sono gli ultimi lavoratori uccisi dalla polizia in un conflitto di lavoro. La tesi che quel massacro fu provocato da alcuni agenti fuori di testa, come raccontò il governo in Parlamento, ovviamente, non ha retto (chili di bossoli esibiti alla Camera sono stati argomento convincente anche se non accettato). La parificazione salariale, compreso il superamento della &amp;quot;gabbie salariali&amp;quot;, bene o male, ha resistito fino ad ora, anche se è messa in discussione. Il controllo del Collocamento da parte delle Commissioni dei Lavoratori non ha retto; piuttosto che garantire un avviamento al lavoro sulla base delle priorità oggettive e non sulla scelta discrezionale del padrone, hanno preferito abolire il Collocamento Pubblico e istituire quello delle agenzie private. Il caporalato, sconfitto ad Avola, ha avuto la sua rivincita, si è &amp;quot;internazionalizzato&amp;quot;, come il mercato del lavoro.&lt;br /&gt;
Tornare a leggere quello che è successo allora - e studiare quello che avviene adesso - forse è la strada giusta per ricordare quelli che hanno lottato e pagato con la vita. Ma non per fermarci a celebrarne la memoria.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
02/12/2008&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Giuseppe Scibilia e Angelo Sigona gridano ancora vendetta!&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E’ l’Italia del ‘68, scossa dalle manifestazioni degli studenti, alla vigilia di un’imponente stagione di lotte operaie.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma è anche l’Italia dove la destra cerca e innesca provocazioni proprio per bloccare un sempre più esteso e incontrollabile movimento di masse giovanili e operaie. E’ l’Italia del dimissionario governo balneare di Giovanni Leone (in cui Franco Restivo è ministro dell’Interno).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Si prepara il primo governo di centrosinistra di Rumor e Nenni, mentre il socialista Sandro Pertini è stato appena eletto presidente della Camera. E, nell’appendice di questa Italia, i trentaduemila braccianti della provincia di Siracusa sono impegnati da molte settimane (ma chi lo sa? chi ne scrive?) in una durissima vertenza con un’agraria tra le più ricche, le più potenti ma anche le più intransigenti del Mezzogiorno. Non è una vertenza qualsiasi. Intanto per la duplice posta, di evidente valenza: la parificazione delle zone salariali dell’agrumeto e dell’ortofrutta (una sottospecie delle famigerate “gabbie”), e la fine del mercato delle braccia che ha i suoi sfacciati, liberi centri di contrattazione nelle piazze di tutta la provincia e persino nel cuore della città d’Aretusa, in piazza Stesicoro. E poi perché si sa che una vittoria (o una sconfitta) nelle campagne di Siracusa non solo sarebbe decisiva per quella lotta di quei braccianti, ma farebbe da traino (o da freno) alle analoghe vertenze aperte nelle altre zone dell’Isola: dall’altrettanto ricca piana catanese alle più povere province dell’interno, dove vegetano altri agrari, parassiti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per la vertenza di Siracusa si è ormai alle strette. Dopo tre settimane di sciopero, i risparmi degli operai agricoli sono agli sgoccioli. Aranci e limoni marciscono sugli alberi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le serre sono da troppo tempo prive del riscaldamento necessario per far maturare i primaticci. Alle porte di Avola, lungo lo stradone che da Cassibile (proprio in un agrumeto di quel paese fu firmato il 3 settembre del ’43 l’armistizio che sanciva la resa incondizionata dell’Italia alle potenze alleate) porta a Ragusa, c’è un bivio per Marina di Avola.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lì, il pomeriggio di venerdì 29 novembre, un centinaio di braccianti sta seduto in terra, blocca la strada. Il sindaco socialista di Avola Giuseppe Denaro, il deputato comunista Nino Piscitello, il pretore Cassata, il segretario della Federbraccianti siracusana Orazio Agosta convincono gli scioperanti a sospendere il blocco. Andranno loro, anzi torneranno loro, per l’ennesima volta, dal prefetto D’Urso perché si decida a convocare nuove, immediate trattative. Seppur poco convinti, i braccianti vanno a casa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma il prefetto, ottenuto lo sgombero, rinvia la convocazione delle parti all’indomani: «Sono stanco», fa dire e se ne va a casa. E l’indomani gli agrari non si presentano. Il prefetto ne giustificherà l’assenza prendendo per buono, e facendo proprio, un pretesto impudente: «Che volete farci? Questi blocchi stradali a intermittenza impediscono ai proprietari - chi viene da una parte e chi dall’altra - di riunirsi e di preparare le controproposte». E allora nuovo rinvio dell’incontro, prima a martedì poi, dal momento che la tensione cresce di ora in ora, l’anticipo alla sera di domenica, quando però in rappresentanza dei padroni si presenta solo un funzionario privo di qualsiasi potere di trattare e men che mai di firmare un eventuale, comunque improbabile accordo. Piscitello tempesta di telefonate la presidenza della Regione a Palermo, e soprattutto i ministri del Lavoro e degli Interni a Roma dove figuriamoci se, a crisi aperta, c’è qualcuno che ha tempo da perdere dietro alla vertenza dei braccianti di una lontana provincia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
«Costi quel che costi»&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Così lunedì 2 dicembre è inevitabile che nel siracusano sia proclamato lo sciopero generale, in appoggio ai braccianti. Tutto chiuso in città, tutto fermo in provincia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Già all’alba, al solito bivio di Avola, c’è di nuovo raduno di braccianti, ben più grosso stavolta: sono almeno in cinquemila. Molti stanno seduti in strada, altri mangiano pane e formaggio nelle campagne intorno o sui muri a secco che dividono agrumeti e mandorleti. Racconterà il sindaco Denaro: «Il prefetto D’Urso mi aveva telefonato alle otto del mattino.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un vero e proprio avvertimento: il blocco di Avola deve sparire, i braccianti devono andarsene, costi quel che costi». E’ minaccia aperta, frutto non solo dell’arroganza di un funzionario (che pure rappresenta il potere centrale) ma certo anche di pressioni degli agrari su quello stesso governo sordo da settimane ai richiami sempre più allarmati di sindacati e partiti di sinistra. I braccianti non se ne vanno? E allora che siano fatti sloggiare, «costi quel che costi» come ha intimato il prefetto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Detto e fatto: alla due del pomeriggio sei furgoni e alcune camionette della Celere scaricano al bivio di Avola novanta agenti, un’avanguardia di quel famigerato battaglione speciale di stanza a Catania che costituisce la forza d’urto sempre all’erta per le imprese peggiori (come quella del luglio ‘60, proprio nella città dell’Etna, dopo i morti di Reggio Emilia, Palermo, Licata). Il vicequestore Camperisi è pronto a dare l’ordine di sgombero. Il sindaco telefona al prefetto gridando: «Che la polizia non faccia sciocchezze! Qui stanno arrivando anche donne e bambini!». Per tutta risposta D’Urso intima a Denaro di indossare la fascia tricolore: «Lei pensi piuttosto a collaborare con la polizia! ».&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Gli agenti sono già con gli elmetti, pronti a inastare i lacrimogeni sulle canne dei moschetti. Deciso a forzare il blocco con la violenza, e prevedendo la legittima reazione dei braccianti, il vicequestore Camperisi dispone persino che sia creata una trincea per l’imminente battaglia: un commando di poliziotti pone di traverso sullo stradone una betoniera. Il blocco, quello vero, ormai l’ha fatto la Celere. Ed è il via alla provocazione. I tradizionali squilli di tromba non valgono come usuale avvertimento: sono il segnale di dare il via all’aggressione senza perdere altro tempo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Da dietro la betoniera partono a grappoli le bombe lacrimogene: dieci, venti, cinquanta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I braccianti, colti di sorpresa, fuggono per le campagne a ripararsi dai fumi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma presto si accorgono che non c’è bisogno di mettersi al riparo: il vento rispedisce al mittente i gas mettendo nei guai gli agenti, e rendendo furibondi ufficiali e vicequestore. Un lacrimogeno però esplode tra alcuni braccianti, colpendone uno.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Esasperati, i suoi compagni si difendono come possono, scardinano i muretti e ne scagliano le pietre sulla strada per impedire almeno i forsennati caroselli che le camionette hanno cominciato a fare per creare panico. Allora via radio il vicequestore Camperisi chiede immediati rinforzi. Tempo mezz’ora, da dietro un curvone alle spalle dei braccianti sbuca un altro centinaio di poliziotti, tutti armati sino ai denti come quelli che già fronteggiano gli scioperanti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
«Li stiamo ammazzando»&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ormai è guerra. Gli operai sono presi letteralmente tra due fuochi. Vomitano piombo di fronte a loro e alle loro spalle i mitra Beretta, i moschetti, e le pistole di almeno due calibri diversi, il 9 e il 7,65. Colpi a raffica, centinaia di proiettili: l’indomani Nino Piscitello scaricherà alla Camera due chili e mezzo di bossoli. Sono colpi precisi, diretti con cura ad alzo zero da quando un ufficiale - per dare l’esempio ad agenti esitanti - ha strappato di mano il moschetto ad un graduato ed ha sparato dritto contro un gruppo che tentava di ripararsi dietro un muretto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Paolo Caldarella alza una mano in segno di tregua: un colpo gliela trapasserà. Poi cade Giorgio Garofalo: una fucilata gli ha forato in otto punti le anse intestinali (si salverà grazie a tre operazioni).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un’altra fucilata spezza un femore ad Antonino Gianò. E Sebastiano Agostino è colpito al petto poco lontano da Orazio Agosta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando non sono i moschetti e i mitra a farlo, sono le pistolettate che feriscono gravemente Giuseppe Buscemi, Paolo Caldarella, Rosario Migneco, Orazio Di Natale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E’ un crescendo di violenza selvaggia, talmente insensata che a notte, all’ospedale di Siracusa, un agente colpito alla testa da una pietra continuerà per ore a gridare nel delirio: «Comandante! Comandante! E’ un’infamia... E’ il tiro al bersaglio... Lasci stare la pistola! Così li stiamo ammazzando!».&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E infatti due braccianti moriranno tra atroci sofferenze.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Così viene ucciso Angelo Sigona, 25 anni da Cassibile: inseguito, braccato tra gli alberi, fucilato davanti ad un muretto. Raccolto in un lago di sangue da due compagni, non basteranno a salvarlo due interventi, prima all’ospedale di Noto e poi a quello di Siracusa. Così è ammazzato anche Giuseppe Scibilia, 47 anni da Avola, pure lui inseguito a trecento metri dal luogo degli scontri e centrato al petto. Non si saprà mai se ad ucciderlo sia stato quell’ufficiale visto da tutti (ma da nessuno identificato) mentre gridava ai suoi uomini che gli passassero i caricatori per il suo personale, allucinante western. Forse è lui il “comandante” citato nel delirio dall’agente ferito.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
O forse no, perché in effetti, come racconterà più tardi Orazio Agosta, «tutti, ma proprio tutti, sparavano. Ho visto poliziotti sparare anche contro i serbatoi delle motociclette dei braccianti perché prendessero fuoco e provocassero ancor più casino». Venticinque minuti dureranno sparatorie e incendi e caroselli: da un lato duecento armi, dall’altro mille pietre. Da un lato, tra i braccianti, due morti e una diecina di feriti gravi; dall’altro, tra i poliziotti, quattro contusi ed un ferito, quello che nel delirio avrebbe confermato tutto l’orrore dell’impresa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Fulminea, la notizia della tragedia scuote l’Italia intera.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Immediata la proclamazione per l’indomani di uno sciopero generale dei braccianti in tutto il Paese e di tutti i lavoratori in Sicilia. Non c’è bisogno di direttive: già nella stessa serata dell’eccidio ci sono state le prime manifestazioni di protesta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Grande è l’imbarazzo nel governo dimissionario e soprattutto tra quanti lavorano - tra difficoltà di opposta natura - alla costituzione del governo di centrosinistra. E ancor più grande è l’irritazione, tra i socialisti, quando in un primo momento la presidenza del Consiglio prova a far ricadere sui braccianti la responsabilità dell’eccidio: ovvio, sassaiola dei lavoratori in sciopero e legittima reazione di «alcuni agenti» che «trovatisi isolati, di loro iniziativa hanno fatto uso delle armi». E’ la tesi fatta accreditare ufficialmente nel telegiornale della sera, e che non spiega la gravità degli eventi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sono davvero soltanto di “alcuni agenti” i chili di bossoli raccolti sul luogo della battaglia? E poi: il fuoco non è stato aperto su lavoratori che stavano avendo la meglio sulla polizia ma su centinaia di persone disarmate e in fuga disperata per i campi. Insomma, se pure non c’è stato un ordine specifico (ma non è inteso così quello sconsiderato «sgomberare, costi quel che costi» intimato dal prefetto?), evidente era la volontà - denunciano i sindacati - di dare una lezione ai braccianti, di far loro pagare una lunga vertenza...&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma l’eccidio non resterà senza conseguenze. L’indignazione è così generale, le preoccupazioni talmente diffuse, la pressione delle confederazioni sindacali tanto forte, l’allarme nel padronato così evidente che da Roma parte l’ordine della Confagricoltura di tornare a trattare. Così, proprio mentre ancora è in corso lo sciopero generale e si preparano i funerali di Scibilia e Sigona, a Siracusa si riprendono - in pratica si aprono - le trattative sempre rifiutate o rinviate dagli agrari. Si tratta ad oltranza, con l’intervento dei segretari confederali di Cgil, Cisl e Uil. Quindici ore ci vogliono per piegare le resistenze padronali, e alla fine l’accordo segnerà l’abolizione delle differenze salariali tra le due zone, l’aumento delle paghe, la rinuncia al mercato delle braccia (anche se tanto tempo dopo si ricomincerà, e stavolta saranno gli extracomunitari a patirne le conseguenze). Ma c’è anche e soprattutto un punto fermo: Avola diverrà la scintilla di una stagione politica che, comunque la si riguardi a tanti anni di distanza, porrà fine all’intervento della polizia nei conflitti sindacali. Un intervento che dal ‘47 ad allora aveva provocato quasi cento morti. Un elenco chiuso, appunto, dai nomi di Giuseppe Scibilia e di Angelo Sigona.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
(da &amp;quot;Liberazione&amp;quot;, di Giorgio Frasca Polara, 2 dicembre 2004)&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
                        Avola due dicembre&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Autore: Canzoniere di Rimini             Anno: 1969 &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Due dicembre, giorno bianco per la gente in ufficio e che si vede passare solite carte e fatture.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Due dicembre, giorno bianco per mia madre in cucina, che cantando prepara il pranzo e la cena.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Due dicembre, giorno nero per la gente che è stanca e che scende nelle strade perché vuole un po’ di pane.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Due dicembre, giorno nero, da finire al cimitero, da finirci, assassinati da quei servi mal pagati.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Ma si sa, si sa che, ma si sa, si sa che loro vengon coi fucili, loro vengono coi mitra, loro vengono in cento, mai che siano da soli. Loro vengon coi fucili, loro vengono coi mitra, loro vengono in cento, mai che siano da soli.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Due dicembre, giorno bianco per mio padre, che è sereno: oramai è assicurato, ogni mese paga lo Stato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Due dicembre, giorno bianco per la gente che è tranquilla e che approva con la testa quello che scrive la stampa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Due dicembre, giorno nero per chi cerca una risposta, per chi agisce e più non parla e si difende come può.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Due dicembre, giorno nero per chi chiede un aumento e la risposta è solo una, la risposta è di violenza.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Due dicembre, giorno nero, da finire al cimitero...&lt;/p&gt;</description>
			<pubDate>Tue, 2 Dec 2008 05:36:21 -0800</pubDate>
			                        <dc:date.Taken>2008-08-14T17:06:24-08:00</dc:date.Taken>
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            <media:title>Avola due dicembre 1968</media:title>
        <media:description type="html">&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://www.controappunto.org/moseca/moseca.htm&quot;&gt;www.controappunto.org/moseca/moseca.htm&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
da Liberazione&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
«Io c'ero. Quel giorno che uccisero Giuseppe Scibilia e Angelo Sigona, braccianti»&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quel 2 dicembre 1968: sciopero con strage ad Avola&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Salvatore Bonadonna&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quella mattina a Chiusa di Carlo - &amp;quot;Sant'Antuninu&amp;quot; , come la chiamano gli avolesi per via dell'edicola al santo dedicata e posta al bivio per la marina di Avola - il freddo era più pungente degli altri giorni. La sera prima, dopo l'assemblea, ero tornato a casa, a Siracusa, perché era domenica e soprattutto perché l'indomani sarebbero venuti i trasportatori a caricare i pochi mobili e i libri per il mio trasferimento a Porto Marghera, la sede del mio nuovo incarico sindacale. Era l'ultima vertenza che avrei seguito a Siracusa, ma non potevo mancare il giorno dello sciopero generale, con questi braccianti avevo un rapporto molto forte.&lt;br /&gt;
Arrivai che ancora era buio. Peppe Vaccarella, il segretario della Camera del Lavoro, una vita da bracciante, era già li con la sua coppola calcata sulla pelata. Andiamo, come al solito, a prendere il caffè nel bar del riquadro della Piazza riservato ai braccianti (si, perché in un altro riquadro, ci stanno i commercianti, nell'altro i contadini coltivatori diretti, nell'altro ancora gli agrari e gli altri proprietari e i professionisti...).Peppe, è un uomo calmo, coraggioso e deciso, ma quel giorno è inquieto: l'incontro sindacale di ieri, strappato al Prefetto qualche giorno prima, si era risolto in una beffa: gli agrari avevano mandato un funzionario per ribadire che, niente, non c'è un bel niente da trattare. Poi era arrivata la polizia, i braccianti inseguiti in piazza e nelle strade, la tensione salita al massimo, gli animi esasperati, l'assemblea che proclama lo sciopero generale.&lt;br /&gt;
I braccianti, infatti, non hanno nessuna intenzione di cedere. La polizia l'hanno respinta, e non fanno breccia nemmeno i &amp;quot;caporali&amp;quot; mandati dagli agrari con pressioni e ricatti, e anche con promesse di premi in danaro per chi avesse rotto il blocco e l'unità.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il momento è arrivato&lt;br /&gt;
Ormai è l'alba dello sciopero generale. Da quindici giorni inutilmente l'agitazione va avanti in modo &amp;quot;articolato&amp;quot; , i tentativi di aprire la trattativa sono stati vani. Il fronte agrario siracusano è fortissimo, sostenuto , oltre che dalla Confagricoltura nazionale (con alla testa il conte Gaetani), anche dal Prefetto, notoriamente legato agli agrari, dal Ministro dell'Interno Franco Restivo, siciliano e uomo degli agrari.&lt;br /&gt;
Peraltro, quella dei braccianti di Avola è una vertenza decisiva,&amp;quot;pilota&amp;quot;. È stata preparata con mesi di studio della Federbraccianti: la piattaforma rivendicativa, discussa in decine di assemblee in tutte le leghe bracciantili della zona Sud - da Siracusa a Noto a Pachino - è impegnativa e risente del clima delle lotte studentesche ed operaie che in quel '68 hanno segnato l'Europa e l'America. Anche nelle famiglie dei braccianti è arrivato l'eco del Maggio francese, è il tempo in cui si proclama l'unità degli studenti e degli operai. Del resto, aria nuova. In luglio, gli operai della SINCAT Montedison di Priolo hanno scioperato, per la prima volta dopo la pesante sconfitta subita nel '63, con gli stessi obiettivi conquistati al Petrolchimico di Marghera: 10.000 lire di aumento uguale per tutti sul premio di produzione. Aria nuova. Si è rotto il muro della paura e della subordinazione.&lt;br /&gt;
Fuori dalle &amp;quot;gabbie&amp;quot; e dal caporalato&lt;br /&gt;
Aria nuova. I braccianti di Avola li colgono, questi &amp;quot;segnali&amp;quot;. Loro si sentono discriminati, vogliono mettere in discussione quel vecchio accordo sindacale, quello che divide la provincia in due zone: la zona Nord, quella dell'agrumeto, attorno a Lentini, classificata &amp;quot;A&amp;quot;, con un salario giornaliero di 3.480 lire per sette ore e mezza di lavoro; e la zona Sud, quella dell'ortofrutta, attorno ad Avola, classificata &amp;quot;B&amp;quot;, con il salario di 3.110 lire per otto ore di lavoro.&lt;br /&gt;
Rivendicano, dunque, il superamento di quella &amp;quot;gabbia&amp;quot; ; e anche un aumento della paga del 10%, circa 350 lire giornaliere.&lt;br /&gt;
Ma la rivendicazione più di sentita dai braccianti - sentita come conquista di dignità e di libertà - è la eliminazione del &amp;quot;caporalato&amp;quot;, è la istituzione della Commissione Sindacale per il Controllo del Collocamento della manodopera, così da spezzare l'atavico ricatto sul mercato del lavoro.&lt;br /&gt;
È evidente, quindi, il motivo della resistenza oltranzista degli agrari: vedevano messo in discussione il loro potere. Per questo lo scontro fu durissimo e il risultato pagato ad un prezzo altissimo: una strage con due morti e decine di feriti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I picchetti e il blocco stradale&lt;br /&gt;
Da quando lo sciopero è stato proclamato ad oltranza, sono in funzione i picchetti, sia sulle strade in uscita dalla città, sia su quelle che scendono alla piana dai paesi di montagna. Picchetti come luoghi strategici, di incontro, di discussione; lì vengono bloccati i tentativi dei crumiri fatti arrivare dai&amp;quot;caporali&amp;quot;; li si fa opera di convincimento, si danno informazioni, si spiega la ragione della lotta.&lt;br /&gt;
Il blocco della resistenza bracciantile è diverso dal picchetto davanti alla fabbrica o ad un ufficio. Qui il blocco è un momento operativo, di organizzazione, Dal blocco, infatti, ogni mattina, partono squadre di giovani compagni, generalmente in moto, per andare a controllare che nelle aziende non siano entrati a lavorare i crumiri; e occorre conoscere tutti i luoghi e tutte le trazzere, anche secondarie, le diverse colture pronte per la raccolta nelle diverse aziende, la collocazione delle serre e le vie d'accesso per evitare di essere bloccati dalla polizia e dai carabinieri. Quando era il caso d'intervenire dentro le aziende, per convincere i crumiri ad unirsi alla lotta, l'auto della Camera del Lavoro, con gli altoparlanti, è in testa a guidare la squadra di braccianti (ed è il momento per il dirigente sindacale di mostrare sul campo coraggio e capacità). Permettetemi di ricordare l'episodio: capitava pure, in quei giorni, che agrari particolarmente arroganti e caporali particolarmente servili minacciassero con i fucili le squadre di scioperanti; e fu l'intelligenza ed il coraggio di tre giovani braccianti a sottrarmi, in una circostanza, ad un sicuro pestaggio...&lt;br /&gt;
Venerdì 29 il conflitto si è fatto più duro, la situazione sempre più tesa; le notizie di arrivi notturni di squadre di crumiri ha irrigidito il blocco sulla strada di Avola; si temeva la vanificazione della lotta se i crumiri avessero provveduto alla raccolta degli ortaggi anche in una sola azienda. A quel punto, un centinaio di braccianti decide di fare un blocco stradale sedendosi a terra.&lt;br /&gt;
Inizia un lungo braccio di ferro con le autorità, il Prefetto in primo luogo. Non c'erano i telefonini, allora, e le comunicazioni avvenivano tramite il Comune nella persona del sindaco socialista Giuseppe Denaro, che era anche deputato regionale. Talvolta, anche attraverso la radio della pattuglia della polizia; quel giorno non era il clima adatto.&lt;br /&gt;
Una delegazione - formata dal Sindaco, dal deputato Nino Piscitello segretario della Federazione Comunista, dal Pretore di Avola e dal segretario della Federbraccianti Orazio Agosta - viene mandata dal Prefetto a chiedere una convocazione urgente delle parti. Quando tornano ci dicono che la convocazione è in corso e i braccianti, anche se poco convinti, liberano la strada. Qualche ora dopo, ottenuto lo sgombero, il Prefetto rinvia l'incontro all'indomani. E l'indomani gli agrari non si presentano. Dice, beffardamente, il Prefetto: «Perché impediti dai blocchi stradali». E quindi nuovo rinvio, prima martedì, poi domenica. Altra beffa: arriva un funzionario della Associazione Agricoltori, senza poteri e senza mandati, e ci dice che per loro non c'è proprio nulla da trattare. Gli interventi di Denaro e di Salvatore Corallo del PSIUP, deputati regionali, sulla Giunta non sortiscono alcun effetto. Quelli sul governo Leone, dimissionario, ancora meno. Dal canto nostro, noi, con i mezzi disponibili, chiamando dai bar coi telefoni a gettone, ci teniamo in contatto con Carlo Cicerchia, con Giacinto Militello, con Feliciano Rossetto dirigenti regionali e nazionali della CGIL e della Federbraccianti che, a loro volta, cercano contatti con il governo per sbloccare la vertenza (ciao Carlo, ciao Feliciano, ve ne siete andati troppo presto).&lt;br /&gt;
Diventa, dunque, inevitabile: l'assemblea di domenica sera proclama lo sciopero generale e il blocco di tutte le attività.&lt;br /&gt;
Quando arriviamo a Sant'Antuninu, il blocco è in corso, diverse migliaia di braccianti sono lì riuniiti. Attorno ad alcuni fuochi, seduti sulle pietre, mangiano pane e olive nere, formaggio, sarde salate. Nei capannelli si commenta e Peppe, con l'altoparlante, parla dei motivi della lotta, invita alla calma e alla autodisciplina.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Polizia e carabinieri attaccano, morti e feriti&lt;br /&gt;
La pattuglia di polizia e carabinieri, che staziona ormai dall'inizio dei blocchi, ordina di sgombrare la strada; il funzionario presente fa intendere che questa mattina arriveranno i rinforzi da Catania, il reparto Celere. Siamo preoccupati perché quel reparto, l'anno prima, a Lentini, il 13 dicembre, aveva sferrato un attacco immotivato e proditorio, sparando e provocando feriti. E abbiamo la conferma che purtroppo le nostre preoccupazioni sono fondate: arriva il Sindaco Denaro, il quale, salutando con calore e ansia (persino me, dopo quasi una anno di polemiche per la mia uscita dal PSI), ci dice che il Prefetto D'Urso l'ha chiamato quasi per intimargli: «Il blocco della strada deve sparire». Passa la mattinata in un crescendo di tensione; i compagni di Priolo ci avvisano che i gipponi della Celere sono sulla superstrada e stanno per arrivare. Il funzionario di polizia intima: il blocco va tolto &amp;quot;costi quel che costi&amp;quot;.&lt;br /&gt;
Siamo preoccupati ma siamo anche più di cinquemila; difficilmente la Celere tenterà una carica in queste condizioni, ci diciamo.&lt;br /&gt;
Ma non sarà così.&lt;br /&gt;
Quando i gipponi della polizia arrivano ad un centinaio di metri dal blocco, gli agenti scendono armati di mitra, moschetti e zaini pieni di bombe lacrimogene e si schierano come per una battaglia; prima fila in ginocchio con i lacrimogeni innestati ai moschetti, seconda fila in piedi con altri fucili e mitra. Non sono armati di sfollagente. Il vice-questore Camperisi - divenuto famoso nella circostanza - è pronto a comandare l'attacco. Il sindaco fa un estremo tentativo di convincere il prefetto ad evitare un attacco che avrebbe potuto portare gravi conseguenze sulla popolazione inerme, anche di donne e bambini, che si era aggiunta al raduno. Ma lui è irremovibile; anzi, per tutta risposta, gli chiede di dare man forte alla polizia per togliere il blocco.&lt;br /&gt;
È evidente che l'ordine viene dall'alto e non lascia margini. Il vicequestore, sequestrando una betoniera ferma ai margini della strada, ordina ai suoi uomini di posizionarla trasversalmente, davanti al reparto schierato. Quando lo schieramento è pronto, indossa la fascia tricolore e fa suonare i tre squilli di tromba: normalmente, preludono all'ordine di sgombero; questa volta sono, invece, il segnale dell'attacco.&lt;br /&gt;
E da lì, da dietro la betoniera, parte una salva impressionante di bombe lacrimogene; i braccianti rispondono con lanci di pietre disperdendosi al riparo dei muri a secco che costeggiano la strada e dividono i campi per scampare ai fumi dei lacrimogeni. E lanciano pietre sulla strada per evitare che la polizia possa caricare direttamente dalle camionette, come aveva cominciato a fare, creando il panico in mezzo a migliaia di persone. Cerchiamo di metterci al riparo; è inutile persino pensare ad un tentativo di parlamentare con la polizia. I funzionari e i comandanti sembrano invasati, vogliono colpire alla cieca, terrorizzare. Investiti dal gas dei loro stessi lacrimogeni, i poliziotti lasciano la postazione dietro la betoniera e vengono addosso ai braccianti sparando all'impazzata. Le pietre non possono nulla contro le raffiche di mitra.&lt;br /&gt;
Il vicequestore chiama rinforzi, che arrivano alle nostre spalle; siamo presi tra due fuochi. Noi inermi, con i lanci di sassi dei braccianti più giovani e la polizia armata che, con un ordine preciso, ormai inizia a sparare raffiche di mitra e colpi di moschetto ad altezza d'uomo. Sparano tutti, raffiche di mitra e colpi di moschetto ad altezza d'uomo; sparano direttamente i funzionari con le loro pistole e, per spronare gli uomini, uno di loro prende un moschetto dalle mani di un agente e tira diritto su un gruppo che cerca riparo dietro un muretto.&lt;br /&gt;
Mentre i braccianti in fuga si disperdono nei campi e cercano riparo dietro i muri a secco e qualche albero di ulivo, la polizia organizza un inseguimento forsennato continuando a sparare; una sorta di feroce caccia all'uomo.&lt;br /&gt;
Cominciamo a sentire attorno le grida di dolore dei feriti, i pianti, i lamenti, le imprecazioni, le urla selvagge dei poliziotti; e gli spari e le raffiche. Gridiamo a squarciagola «basta, ci sono feriti, forse ci sono morti». Proviamo a sventolare qualche fazzoletto.&lt;br /&gt;
Quando dopo quasi mezz'ora di quest'inferno, che sembrava non dovesse finire mai, sentiamo smettere i colpi e i comandanti richiamare gli agenti, intuiamo che la situazione è drammatica, più di quanto potevamo vedere dal nostro rifugio. Ci organizziamo per raggiungere e soccorrere i feriti sparsi come in un campo di battaglia. Le ferite sono tutte da armi da fuoco; i colpiti perdono molto sangue. Alcuni sono in condizioni gravi. Ci sono macchine in fiamme e altre crivellate di proiettili; anche le moto dei braccianti addossate ai muretti hanno i serbatoi forati dalle raffiche . Orazio Agosta ha visto cadere Sebastiano Agostino, un bracciante colpito al petto, poco distante da lui. Si organizza, in ogni modo, con le poche auto disponibili, di portare i feriti in ospedale. I reparti di polizia, evidentemente paghi della loro impresa e anncor più per sfuggire all'indignazione generale anche di quanti accorrono dalla città, si organizzano per tornare in caserma, portandosi dietro decine di fermati.&lt;br /&gt;
I feriti sono in un raggio di oltre trecento metri dal blocco stradale e Giuseppe Scibilia, 47 anni, bracciante di Avola, è morto colpito al petto a ridosso di un albero, a trecento metri dalla strada.&lt;br /&gt;
Il mio racconto in diretta dal luogo della strage finisce qui:si sono fatte le quattro del pomeriggio e il camion del trasloco è pronto a Siracusa, davanti casa; devo partire per Marghera. Ma sarei tornato per la manifestazione di protesta e i funerali. E' il segretario della Cgil, Gino Guerra, ad informarmi poi a Roma che in tutta Italia sono in atto manifestazioni di protesta e si preparano scioperi per l'indomani. Mi dice anche che gli agrari sono stati costretti alla trattativa. E iI racconto che mi fa è tremendo: Angelo Sigona, di 25 anni, è morto all'ospedale di Siracusa dopo essere stato raccolto dietro un muretto colpito come per una fucilazione. Finiscono in ospedale Paolo Caldarella, ferito alla mano che aveva alzato in segno di tregua; Giorgio Garofalo con l'intestino perforato; Giuseppe Buscemi, Rosario Migneco, Orazio Di Natale, colpiti, come Caldarella, da colpi di pistola, quindi direttamente dai funzionari.&lt;br /&gt;
Con queste notizie prendo il treno della notte per Venezia. E arriva l'alba del giorno dopo alla stazione di Mestre: la trovo presidiata dagli operai in sciopero di protesta che chiedono il disarmo della polizia. E alla SIRMA di Marghera arrivo alla fabbrica attraversando lo spettacolo impressionante di blocchi stradali con i copertoni in fiamme e operai, carichi di rabbia e di pietà, con le lacrime agli occhi. Nella fabbrica entro trovandomi davanti duemila fonditori d'alluminio schierati, silenziosi, su due file. Mi viene chiesto di portare la testimonianza della giornata di strage. So dire solo che la prima fila di celerini era in ginocchio e la seconda in piedi con i fucili spianati, quando si è scatenato l'inferno. Un nodo alla gola e, finalmente, un pianto a dirotto...&lt;br /&gt;
E' in questo modo che sono entrato nel mio nuovo incarico.&lt;br /&gt;
E' la prima volta che scrivo di Avola. A quarant'anni di distanza, mi pare giusto testimoniare per rendere omaggio a due braccianti caduti che non hanno avuto neppure giustizia; ricordare una conquista, purtroppo perduta rapidamente, e raccontare la condizione e la lotta dei braccianti di Avola ai nuovi braccianti immigrati che vivono una condizione persino peggiore. Quella lotta è parte costitutiva del movimento che ha fatto fare un salto di civiltà al Paese e al mondo del lavoro: ha portato allo Statuto dei Diritti dei Lavoratori, alla riforma della scuola e dell'Università che ha acceso tante speranze.&lt;br /&gt;
Quei morti e quei feriti non hanno avuto giustizia; ma il neo Ministro del Lavoro, Giacomo Brodolini, socialista di allora, era ai loro funerali e Angelo e Giuseppe sono gli ultimi lavoratori uccisi dalla polizia in un conflitto di lavoro. La tesi che quel massacro fu provocato da alcuni agenti fuori di testa, come raccontò il governo in Parlamento, ovviamente, non ha retto (chili di bossoli esibiti alla Camera sono stati argomento convincente anche se non accettato). La parificazione salariale, compreso il superamento della &amp;quot;gabbie salariali&amp;quot;, bene o male, ha resistito fino ad ora, anche se è messa in discussione. Il controllo del Collocamento da parte delle Commissioni dei Lavoratori non ha retto; piuttosto che garantire un avviamento al lavoro sulla base delle priorità oggettive e non sulla scelta discrezionale del padrone, hanno preferito abolire il Collocamento Pubblico e istituire quello delle agenzie private. Il caporalato, sconfitto ad Avola, ha avuto la sua rivincita, si è &amp;quot;internazionalizzato&amp;quot;, come il mercato del lavoro.&lt;br /&gt;
Tornare a leggere quello che è successo allora - e studiare quello che avviene adesso - forse è la strada giusta per ricordare quelli che hanno lottato e pagato con la vita. Ma non per fermarci a celebrarne la memoria.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
02/12/2008&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Giuseppe Scibilia e Angelo Sigona gridano ancora vendetta!&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E’ l’Italia del ‘68, scossa dalle manifestazioni degli studenti, alla vigilia di un’imponente stagione di lotte operaie.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma è anche l’Italia dove la destra cerca e innesca provocazioni proprio per bloccare un sempre più esteso e incontrollabile movimento di masse giovanili e operaie. E’ l’Italia del dimissionario governo balneare di Giovanni Leone (in cui Franco Restivo è ministro dell’Interno).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Si prepara il primo governo di centrosinistra di Rumor e Nenni, mentre il socialista Sandro Pertini è stato appena eletto presidente della Camera. E, nell’appendice di questa Italia, i trentaduemila braccianti della provincia di Siracusa sono impegnati da molte settimane (ma chi lo sa? chi ne scrive?) in una durissima vertenza con un’agraria tra le più ricche, le più potenti ma anche le più intransigenti del Mezzogiorno. Non è una vertenza qualsiasi. Intanto per la duplice posta, di evidente valenza: la parificazione delle zone salariali dell’agrumeto e dell’ortofrutta (una sottospecie delle famigerate “gabbie”), e la fine del mercato delle braccia che ha i suoi sfacciati, liberi centri di contrattazione nelle piazze di tutta la provincia e persino nel cuore della città d’Aretusa, in piazza Stesicoro. E poi perché si sa che una vittoria (o una sconfitta) nelle campagne di Siracusa non solo sarebbe decisiva per quella lotta di quei braccianti, ma farebbe da traino (o da freno) alle analoghe vertenze aperte nelle altre zone dell’Isola: dall’altrettanto ricca piana catanese alle più povere province dell’interno, dove vegetano altri agrari, parassiti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per la vertenza di Siracusa si è ormai alle strette. Dopo tre settimane di sciopero, i risparmi degli operai agricoli sono agli sgoccioli. Aranci e limoni marciscono sugli alberi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le serre sono da troppo tempo prive del riscaldamento necessario per far maturare i primaticci. Alle porte di Avola, lungo lo stradone che da Cassibile (proprio in un agrumeto di quel paese fu firmato il 3 settembre del ’43 l’armistizio che sanciva la resa incondizionata dell’Italia alle potenze alleate) porta a Ragusa, c’è un bivio per Marina di Avola.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lì, il pomeriggio di venerdì 29 novembre, un centinaio di braccianti sta seduto in terra, blocca la strada. Il sindaco socialista di Avola Giuseppe Denaro, il deputato comunista Nino Piscitello, il pretore Cassata, il segretario della Federbraccianti siracusana Orazio Agosta convincono gli scioperanti a sospendere il blocco. Andranno loro, anzi torneranno loro, per l’ennesima volta, dal prefetto D’Urso perché si decida a convocare nuove, immediate trattative. Seppur poco convinti, i braccianti vanno a casa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma il prefetto, ottenuto lo sgombero, rinvia la convocazione delle parti all’indomani: «Sono stanco», fa dire e se ne va a casa. E l’indomani gli agrari non si presentano. Il prefetto ne giustificherà l’assenza prendendo per buono, e facendo proprio, un pretesto impudente: «Che volete farci? Questi blocchi stradali a intermittenza impediscono ai proprietari - chi viene da una parte e chi dall’altra - di riunirsi e di preparare le controproposte». E allora nuovo rinvio dell’incontro, prima a martedì poi, dal momento che la tensione cresce di ora in ora, l’anticipo alla sera di domenica, quando però in rappresentanza dei padroni si presenta solo un funzionario privo di qualsiasi potere di trattare e men che mai di firmare un eventuale, comunque improbabile accordo. Piscitello tempesta di telefonate la presidenza della Regione a Palermo, e soprattutto i ministri del Lavoro e degli Interni a Roma dove figuriamoci se, a crisi aperta, c’è qualcuno che ha tempo da perdere dietro alla vertenza dei braccianti di una lontana provincia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
«Costi quel che costi»&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Così lunedì 2 dicembre è inevitabile che nel siracusano sia proclamato lo sciopero generale, in appoggio ai braccianti. Tutto chiuso in città, tutto fermo in provincia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Già all’alba, al solito bivio di Avola, c’è di nuovo raduno di braccianti, ben più grosso stavolta: sono almeno in cinquemila. Molti stanno seduti in strada, altri mangiano pane e formaggio nelle campagne intorno o sui muri a secco che dividono agrumeti e mandorleti. Racconterà il sindaco Denaro: «Il prefetto D’Urso mi aveva telefonato alle otto del mattino.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un vero e proprio avvertimento: il blocco di Avola deve sparire, i braccianti devono andarsene, costi quel che costi». E’ minaccia aperta, frutto non solo dell’arroganza di un funzionario (che pure rappresenta il potere centrale) ma certo anche di pressioni degli agrari su quello stesso governo sordo da settimane ai richiami sempre più allarmati di sindacati e partiti di sinistra. I braccianti non se ne vanno? E allora che siano fatti sloggiare, «costi quel che costi» come ha intimato il prefetto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Detto e fatto: alla due del pomeriggio sei furgoni e alcune camionette della Celere scaricano al bivio di Avola novanta agenti, un’avanguardia di quel famigerato battaglione speciale di stanza a Catania che costituisce la forza d’urto sempre all’erta per le imprese peggiori (come quella del luglio ‘60, proprio nella città dell’Etna, dopo i morti di Reggio Emilia, Palermo, Licata). Il vicequestore Camperisi è pronto a dare l’ordine di sgombero. Il sindaco telefona al prefetto gridando: «Che la polizia non faccia sciocchezze! Qui stanno arrivando anche donne e bambini!». Per tutta risposta D’Urso intima a Denaro di indossare la fascia tricolore: «Lei pensi piuttosto a collaborare con la polizia! ».&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Gli agenti sono già con gli elmetti, pronti a inastare i lacrimogeni sulle canne dei moschetti. Deciso a forzare il blocco con la violenza, e prevedendo la legittima reazione dei braccianti, il vicequestore Camperisi dispone persino che sia creata una trincea per l’imminente battaglia: un commando di poliziotti pone di traverso sullo stradone una betoniera. Il blocco, quello vero, ormai l’ha fatto la Celere. Ed è il via alla provocazione. I tradizionali squilli di tromba non valgono come usuale avvertimento: sono il segnale di dare il via all’aggressione senza perdere altro tempo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Da dietro la betoniera partono a grappoli le bombe lacrimogene: dieci, venti, cinquanta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I braccianti, colti di sorpresa, fuggono per le campagne a ripararsi dai fumi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma presto si accorgono che non c’è bisogno di mettersi al riparo: il vento rispedisce al mittente i gas mettendo nei guai gli agenti, e rendendo furibondi ufficiali e vicequestore. Un lacrimogeno però esplode tra alcuni braccianti, colpendone uno.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Esasperati, i suoi compagni si difendono come possono, scardinano i muretti e ne scagliano le pietre sulla strada per impedire almeno i forsennati caroselli che le camionette hanno cominciato a fare per creare panico. Allora via radio il vicequestore Camperisi chiede immediati rinforzi. Tempo mezz’ora, da dietro un curvone alle spalle dei braccianti sbuca un altro centinaio di poliziotti, tutti armati sino ai denti come quelli che già fronteggiano gli scioperanti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
«Li stiamo ammazzando»&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ormai è guerra. Gli operai sono presi letteralmente tra due fuochi. Vomitano piombo di fronte a loro e alle loro spalle i mitra Beretta, i moschetti, e le pistole di almeno due calibri diversi, il 9 e il 7,65. Colpi a raffica, centinaia di proiettili: l’indomani Nino Piscitello scaricherà alla Camera due chili e mezzo di bossoli. Sono colpi precisi, diretti con cura ad alzo zero da quando un ufficiale - per dare l’esempio ad agenti esitanti - ha strappato di mano il moschetto ad un graduato ed ha sparato dritto contro un gruppo che tentava di ripararsi dietro un muretto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Paolo Caldarella alza una mano in segno di tregua: un colpo gliela trapasserà. Poi cade Giorgio Garofalo: una fucilata gli ha forato in otto punti le anse intestinali (si salverà grazie a tre operazioni).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un’altra fucilata spezza un femore ad Antonino Gianò. E Sebastiano Agostino è colpito al petto poco lontano da Orazio Agosta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando non sono i moschetti e i mitra a farlo, sono le pistolettate che feriscono gravemente Giuseppe Buscemi, Paolo Caldarella, Rosario Migneco, Orazio Di Natale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E’ un crescendo di violenza selvaggia, talmente insensata che a notte, all’ospedale di Siracusa, un agente colpito alla testa da una pietra continuerà per ore a gridare nel delirio: «Comandante! Comandante! E’ un’infamia... E’ il tiro al bersaglio... Lasci stare la pistola! Così li stiamo ammazzando!».&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E infatti due braccianti moriranno tra atroci sofferenze.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Così viene ucciso Angelo Sigona, 25 anni da Cassibile: inseguito, braccato tra gli alberi, fucilato davanti ad un muretto. Raccolto in un lago di sangue da due compagni, non basteranno a salvarlo due interventi, prima all’ospedale di Noto e poi a quello di Siracusa. Così è ammazzato anche Giuseppe Scibilia, 47 anni da Avola, pure lui inseguito a trecento metri dal luogo degli scontri e centrato al petto. Non si saprà mai se ad ucciderlo sia stato quell’ufficiale visto da tutti (ma da nessuno identificato) mentre gridava ai suoi uomini che gli passassero i caricatori per il suo personale, allucinante western. Forse è lui il “comandante” citato nel delirio dall’agente ferito.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
O forse no, perché in effetti, come racconterà più tardi Orazio Agosta, «tutti, ma proprio tutti, sparavano. Ho visto poliziotti sparare anche contro i serbatoi delle motociclette dei braccianti perché prendessero fuoco e provocassero ancor più casino». Venticinque minuti dureranno sparatorie e incendi e caroselli: da un lato duecento armi, dall’altro mille pietre. Da un lato, tra i braccianti, due morti e una diecina di feriti gravi; dall’altro, tra i poliziotti, quattro contusi ed un ferito, quello che nel delirio avrebbe confermato tutto l’orrore dell’impresa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Fulminea, la notizia della tragedia scuote l’Italia intera.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Immediata la proclamazione per l’indomani di uno sciopero generale dei braccianti in tutto il Paese e di tutti i lavoratori in Sicilia. Non c’è bisogno di direttive: già nella stessa serata dell’eccidio ci sono state le prime manifestazioni di protesta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Grande è l’imbarazzo nel governo dimissionario e soprattutto tra quanti lavorano - tra difficoltà di opposta natura - alla costituzione del governo di centrosinistra. E ancor più grande è l’irritazione, tra i socialisti, quando in un primo momento la presidenza del Consiglio prova a far ricadere sui braccianti la responsabilità dell’eccidio: ovvio, sassaiola dei lavoratori in sciopero e legittima reazione di «alcuni agenti» che «trovatisi isolati, di loro iniziativa hanno fatto uso delle armi». E’ la tesi fatta accreditare ufficialmente nel telegiornale della sera, e che non spiega la gravità degli eventi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sono davvero soltanto di “alcuni agenti” i chili di bossoli raccolti sul luogo della battaglia? E poi: il fuoco non è stato aperto su lavoratori che stavano avendo la meglio sulla polizia ma su centinaia di persone disarmate e in fuga disperata per i campi. Insomma, se pure non c’è stato un ordine specifico (ma non è inteso così quello sconsiderato «sgomberare, costi quel che costi» intimato dal prefetto?), evidente era la volontà - denunciano i sindacati - di dare una lezione ai braccianti, di far loro pagare una lunga vertenza...&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma l’eccidio non resterà senza conseguenze. L’indignazione è così generale, le preoccupazioni talmente diffuse, la pressione delle confederazioni sindacali tanto forte, l’allarme nel padronato così evidente che da Roma parte l’ordine della Confagricoltura di tornare a trattare. Così, proprio mentre ancora è in corso lo sciopero generale e si preparano i funerali di Scibilia e Sigona, a Siracusa si riprendono - in pratica si aprono - le trattative sempre rifiutate o rinviate dagli agrari. Si tratta ad oltranza, con l’intervento dei segretari confederali di Cgil, Cisl e Uil. Quindici ore ci vogliono per piegare le resistenze padronali, e alla fine l’accordo segnerà l’abolizione delle differenze salariali tra le due zone, l’aumento delle paghe, la rinuncia al mercato delle braccia (anche se tanto tempo dopo si ricomincerà, e stavolta saranno gli extracomunitari a patirne le conseguenze). Ma c’è anche e soprattutto un punto fermo: Avola diverrà la scintilla di una stagione politica che, comunque la si riguardi a tanti anni di distanza, porrà fine all’intervento della polizia nei conflitti sindacali. Un intervento che dal ‘47 ad allora aveva provocato quasi cento morti. Un elenco chiuso, appunto, dai nomi di Giuseppe Scibilia e di Angelo Sigona.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
(da &amp;quot;Liberazione&amp;quot;, di Giorgio Frasca Polara, 2 dicembre 2004)&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
                        Avola due dicembre&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Autore: Canzoniere di Rimini             Anno: 1969 &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Due dicembre, giorno bianco per la gente in ufficio e che si vede passare solite carte e fatture.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Due dicembre, giorno bianco per mia madre in cucina, che cantando prepara il pranzo e la cena.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Due dicembre, giorno nero per la gente che è stanca e che scende nelle strade perché vuole un po’ di pane.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Due dicembre, giorno nero, da finire al cimitero, da finirci, assassinati da quei servi mal pagati.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Ma si sa, si sa che, ma si sa, si sa che loro vengon coi fucili, loro vengono coi mitra, loro vengono in cento, mai che siano da soli. Loro vengon coi fucili, loro vengono coi mitra, loro vengono in cento, mai che siano da soli.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Due dicembre, giorno bianco per mio padre, che è sereno: oramai è assicurato, ogni mese paga lo Stato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Due dicembre, giorno bianco per la gente che è tranquilla e che approva con la testa quello che scrive la stampa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Due dicembre, giorno nero per chi cerca una risposta, per chi agisce e più non parla e si difende come può.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Due dicembre, giorno nero per chi chiede un aumento e la risposta è solo una, la risposta è di violenza.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Due dicembre, giorno nero, da finire al cimitero...&lt;/p&gt;</media:description>
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			<title>2008-10-27 Manifestazione NO Gelmini</title>
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			<pubDate>Mon, 1 Dec 2008 00:54:09 -0800</pubDate>
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			<title>pantheon</title>
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			<pubDate>Thu, 27 Nov 2008 09:44:39 -0800</pubDate>
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&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://www.flickr.com/photos/michellenucleare/3062910991/&quot; title=&quot;Il Liceo Meli C'è&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://farm4.static.flickr.com/3229/3062910991_c5d30a8499_m.jpg&quot; width=&quot;240&quot; height=&quot;160&quot; alt=&quot;Il Liceo Meli C'è&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;sciopero nazionale 30.10.08 - Palermo, Viale Libertà&lt;/p&gt;</description>
			<pubDate>Thu, 27 Nov 2008 06:43:15 -0800</pubDate>
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			<pubDate>Wed, 26 Nov 2008 05:52:17 -0800</pubDate>
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			<title>PROTESTAMOS! Mexico City, 21st August, 2008</title>
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			<pubDate>Wed, 26 Nov 2008 05:52:17 -0800</pubDate>
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			<title>Dios que Calor!</title>
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			<title>L'ultima sera a Città del Messico, la vista su Paseo de la Reforma dalla finestra dell'albergo.</title>
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&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://www.flickr.com/photos/multiget/3061388514/&quot; title=&quot;L'ultima sera a Città del Messico, la vista su Paseo de la Reforma dalla finestra dell'albergo.&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://farm4.static.flickr.com/3150/3061388514_209df56d46_m.jpg&quot; width=&quot;240&quot; height=&quot;160&quot; alt=&quot;L'ultima sera a Città del Messico, la vista su Paseo de la Reforma dalla finestra dell'albergo.&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;

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			<title>W l'Italia.</title>
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			<description>&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://www.flickr.com/people/mr_reverend/&quot;&gt;mr.reverend&lt;/a&gt; ha postato una foto:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://www.flickr.com/photos/mr_reverend/3060311131/&quot; title=&quot;W l'Italia.&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://farm4.static.flickr.com/3154/3060311131_37e12e656d_m.jpg&quot; width=&quot;164&quot; height=&quot;240&quot; alt=&quot;W l'Italia.&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;

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			<description>&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://www.flickr.com/people/31887071@N05/&quot;&gt;Gigi ska contro la Gelmini&lt;/a&gt; ha postato una foto:&lt;/p&gt;
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			<pubDate>Mon, 24 Nov 2008 01:15:03 -0800</pubDate>
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			<title>P1060242</title>
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			<pubDate>Mon, 24 Nov 2008 01:13:45 -0800</pubDate>
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			<title>P1060224</title>
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			<pubDate>Mon, 24 Nov 2008 01:14:36 -0800</pubDate>
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